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Attitudine al comando marzo 6, 2009

Posted by degradodiroma in Le mie segnalazioni.
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homer_simpson_214425mVi propongo una lettura che conservo da diverso tempo e che a me piace molto. Ci trovo ottimi spunti di riflessione e pensieri che condido ed ai quali molto spesso mi rivolgo quando vedo le cose non funzionare a dovere. Molto spesso ho usato ed uso l’espressione “dipende tutto dal manico“, secondo me una squadra efficiente ed operosa esiste quando la persona che la dirige ha le qualità per farlo …  molto spesso purtroppo chi arriva nelle posizioni di comando dimostra poi di non averne l’attitudine. A cosa penso ? AMA, ATAC, METRO … SANITA’ ..

Laura  

Ci sono dei capi che non sanno comandare perché non ascoltano, ed altri che non sanno comandare perché non decidono. Più volte, in questi articoli, ho criticato i capi dispotici, autoritari, che non delegano nulla, che danno ordini senza aver consultato i propri collaboratori, i propri esperti. Capi che desiderano essere temuti, che vogliono vedere i propri dipendenti tremare davanti a loro e dire servilmente di sì. O che, semplicemente, hanno una personalità così incombente che nessuno ha il coraggio di fiatare. Anche se sono dei geni costoro finiscono inesorabilmente per fare degli errori catastrofici. Nessuno ha spiegato a Napoleone i pericoli che correva avventurandosi all’interno della Russia per inseguire il generale Kutuzov. Ma chi aveva il coraggio di contraddire l’Imperatore? Ed ora passiamo ai capi che compiono l’errore opposto. Qualche volta si tratta di persone poco intelligenti e paurose che non decidono per timore di sbagliare… Spesso sono burocrati terrorizzati all’ idea di assumersi una responsabilità. Non prendono nessuna iniziativa, seguono la routine tradizionale che non fa correre loro nessun rischio. Vi sono poi i capi che desiderano essere amati, che non sanno dire di no, che promettono qualcosa a tutti, ma poi non concludono nulla perché si invischiano in programmi contraddittori.
Vi sono infine dei capi intelligenti e liberali che danno una grande autonomia ai propri collaboratori, li lasciano fare, li fanno discutere, favoriscono l’emulazione, la competizione per fare emergere molte idee, molte proposte. Alcuni di loro, però, prolungano troppo la fase di mobilitazione. Accogliendo sempre nuovi progetti, inserendo sempre nuovi protagonisti, finiscono per generare incertezza, disordine e scatenare conflitti. E c’è perfino chi, lasciando fare, crea una specie di corte feudale dove comandano i cortigiani e i favoriti. Per evitarlo bisogna che il capo faccia il capo. Ne ho avuto un bell’esempio recentemente. In una situazione creativa ma pericolosa, il capo ha riunito tutti gli interessati e ha elencato con lucida chiarezza i problemi da risolvere. Poi li ha fatti parlare, li ha lasciati discutere, li ha lasciati sfogare. Alla fine però ha ordinato il silenzio ed enunciato con fermezza le sue conclusioni e le sue decisioni. Poi ha assegnato a ciascuno il suo compito, e la scadenza in cui doveva portarlo a termine. Si è creata immediatamente una atmosfera serena e tutti sono usciti motivati ed allegri.
Francesco Alberoni
Corriere 29/01/2007
  

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Commenti

1. Andrea Rossi - marzo 6, 2009

Conoscevo questo articolo di Alberoni ed anche a me piace molto, con discreta sintesi descrive tutti i tipi umani di “capi” con i quali ci tocca combattere, l’articolo di Alberoni e’ tanto piu’ esatto se si prende ad esempio la politica nostrana, in democrazia infatti i leader politici dovrebbero si ascoltare ma dovrebbero poi DECIDERE CON FERMEZZA, sta poi agli elettori nelle successive elezioni premiarli o punirli col voto, mi sembra che invece questa mania interessata di compiacere tutti per avere piu’ voti possibili non abbia portato tutti questi risultati.

2. k_t - marzo 6, 2009

Il ruolo del capo nella società italiana contemporanea non è mai stato sviluppato adeguatamente. Abbiamo ereditato un concetto di capo che viene dal passato, quando il capo era spesso un capo militare, per ovvie ragioni, che assumeva su di sé anche il controllo della società. Il prototipo del capo nel nostro immaginario è Giulio Cesare. Da lui discesero gli imperatori romani. Nella storia si sono poi susseguiti in Italia molteplici despoti che hanno più o meno ricalcato le orme del principe machiavelliano. Re, Imperatori e Papi, tutti uniti nello stesso modello,
In una società evoluta un tale ruolo è inadeguato e altresì dannoso.
Finché al capo si associa l’idea del privilegio della sua funzione, non se ne esce. Un vero capo non è un privilegiato, ma uno che lavora per tutti gli altri e in modo enormemente più intenso. Il contrario di ciò che pensiamo comunemente. Un vero capo non sfugge le responsabilità, ma ha certamente qualità di eccellenza. Inoltre il potere deve essere percepito come un peso, affinché chiunque accetti di buon grado di cedere il passo ad un altro capo, quando è il momento.
Il capo ideale è questo. Forse fra qualche decina d’anni lo vedremo nascere, non in Italia, magari negli Stati Uniti d’America o negli Stati Uniti d’Europa, per cominciare.

3. Andrea Rossi - marzo 9, 2009

x k_t

“Inoltre il potere deve essere percepito come un peso…”, esattamente il contrario di quanto accade in Italia da sempre, emblematico il fatto che i politici quando vincono le elezioni stappano bottiglie di champagne…


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