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La politica dell’accoglienza novembre 15, 2007

Posted by degradodiroma in Segnalato da ....
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Segnalato da : Smemo73

Volevo riprendere la questione dei Rom di cui tanto si parla in questi giorni per fare delle riflessioni.
 
Ho seguito qualche giorno fa in una trasmissione sull’emittente RomaUno l’ennesimo dibattito sui Rom e sulla sicurezza.
Mi ha colpito molto il servizio sul villaggio attrezzato in via Candoni alla Magliana. Vivono li ormai da tempo diverse famiglie, tutto funziona bene, non c’è degrado e sporcizia, molti tra genitori e figli lavorano, i bambini più piccoli vanno a scuola …. insomma, un esempio riuscito di integrazione, a quanto pare.
 
Mi sono chiesto a questo punto: ma se una famiglia Rom ha all’interno due o più persone che lavorano regolarmente, sono integrate, parlano bene l’italiano, perchè devono continuare ad usufruire gratuitamente ed incondizionatamente della casa e dei servizi offerti dal Comune di Roma?
Non sarebbe più giusto, anche nei confronti di noi cittadini romani che invece non abbiamo alcun servizio, che tali benefici abbiano un termine? Una volta che una famiglia si è stabilizzata economicamente (e lo dimostrano anche le costose automobili possedute…..), è giusto che lasci il campo per prendere una casa in affitto, come facciamo tutti noi, lasciando spazio a nuove famiglie più bisognose, arrivate da poco a Roma. Ci deve essere una rotazione, sia per contenere la spesa, già ingente, sia per completare il processo di integrazione tanto auspicato.  
 
Ciò premesso, vorrei capire, senza polemica, perchè il Comune di Roma e le Associazioni si prodigano con tanto accanimento per l’accoglienza e l’integrazione dei soli Rom. Sappiamo che a Roma (e non solo) vi sono molti altri immigrati, comunitari ed extracomunitari che si trovano nelle stesse situazioni di difficoltà e di indigenza, eppure non ho mai visto un campo attrezzato per i cinesi, per i filippini o per i nigeriani, e d’altro canto non ho neanche mai visto baraccopoli con questa gente.
 
In sostanza ci vogliono delle regole e dei tempi certi. Non si può offrire accoglienza ed assistenza a tempo indeterminato per tutti.
Non è sostenibile economicamente e socialmente.
 
Si deve stabilire un numero preciso di posti nei campi attrezzati e a rotazione vi stazionano delle famiglie, ma dopo un certo periodo di tempo devono andare via.
A questo deve essere aggiunto naturalmente il divieto assoluto di accampamento abusivo nelle strade, sulle rive dei fiumi, nei parchi …. attuato con pattugliamenti ed interventi continui e tempestivi.

Così forse avremo una città più vivibile, più sicura e con una vera integrazione ed una seria politica di accoglienza.

Commenti

1. Daniele - novembre 15, 2007

La politica dell’accoglienza è quanto di più sbagliato, deleterio e distruttivo abbiano fatto i politici per il nostro paese.

2. Albert1 - novembre 15, 2007

Smemo73:

Il campo “attrezzato” di via Candoni è monnezza, schifo, “lager”, cacca, un canaio.
Qualsiasi cosa ti abbiano fatto vedere in TV, diamoci un appuntamento, prendiamoci un caffè, ti ci accompagno io a via Candoni (e dintorni) poi mi dici.

IO voglio un campo attrezzato per me.
IO ho pagato 25.000,00 Euro tra Bucalossi e condono e sto da tre anni senza fogne e senza acqua corrente (e sto bene così, grazie).
A me nessuno dà una lira se non lavoro e nemmeno se prometto di cercare lavoro.
Penso che bottiglia d’acqua e panino non si debbano negare a nessuno, ma a rischio di sembrare scemo, sostengo che i nomadi debbano “nomadare” e che se vogliono fermare il camper si debbano pagare la piazzola.

I nostri “politici” (dx, sx, è uguale), cercassero prima di capire cos’è la politica, poi nel caso potranno passare ai livelli più difficili aggiungendoci parole tipo “accoglienza”, “economia” e tutto il resto.

Per adesso siamo segnalati dal governo romeno come “destinazione a rischio”, speriamo serva a qualcosa, confidando nel fatto che i romeni siano più svegli di noi italiani quando ci dicono che l’indonesia è a rischio e continuiamo a farci le vacanzine organizzate.

3. fabio - novembre 15, 2007

I nomadi sono una cosa, i romeni un’altra cosa. Questo perché? esite una legge europea che permette la libera circolazione delle etnie nomadi. I rom hanno una storia millenaria e hanno sempre circolato in Italia. Negli anni Cinquanta si posizionavano nelle zone del Braccianese e sulla Cassia, con i loro carri e cavalli. Nonostante Roma fosse una città più libera di spazi, loro ne stavano lontani, perché si volevano fare i ‘fatti loro’ (si nascondevano la merce rubata).
Le soluzioni drastiche della cacciata, per chi bazzica un po’ di storia, non servono a niente. A meno che non si produca la epurazione fisica e neanche vale a niente, come ci insegna lo sterminio degli zingari in regime nazista.
I figli di questi zingari integrati, anche se il campo attrezzato di via Candoni è uno schifo, quando saranno grandi e integrati, non potranno vivere nel campo ma si cercheranno una casa.
Voglio dire che forse inizialmente per uscire da questo impiccio storico, bisogna dare qualcosa per non dare per sempre.
I rom non hanno una nazionalità definita, quando si dà loro il foglio di via, e li si spedisce in Romania è solo una forzatuta illegale. Non c’è dubbio che attualmente la normativa europea è molto precaria, alla luce dell’aumento della popolazione bisognerebbe stabilire nuove regole.
Con nuove regole si potrebbe finalmente ragionare come scrive Albert, i rom nella nazione Italiana acquisiscono la nazionalità del paese che li ospita, poiché èormai evidente che i rom sono diventati stanziali, e se sono indigenti godono dell’opera di assistenzialismo sino a quando riescono a diventare indipendenti. Ma per ora, non è così.
Perché chi ci governa, qui ma anche in Europa, a destra e a sinistra, è ‘virtuosamente’ incapace.

4. Roberto - novembre 15, 2007

Mercoledì 07 Novembre 2007

di CLAUDIO MARINCOLA

ROMA – Meglio tra i banchi che per strada a elemosinare. Chiaro. Ma visto quanto costa mandarli a scuola non sarebbe meglio iscriverli in un college extralusso?
Parliamo dei piccoli Rom, infanzie rubate, spesso sfruttati dai loro stessi genitori e spediti nelle città a borseggiare passeggeri e turisti. Scolarizzarli costa una fortuna e il più delle volte con risultati molto insoddisfacenti visti i numeri della dispersione scolastica. Il caso del campo attrezzato a Castel Romano, alle porte della Capitale, è illuminante. Vediamolo.
È mattina. E bisogna prenderli per mano, tenergliela ben stretta fino a quando il cancello della scuola non si chiude alle loro spalle. Ma neanche allora siamo sicuri che andranno dritti in classe. C’è chi tenterà la fuga dalla finestra, chi scapperà via dal cortile inseguito dal bidello o dall’insegnante. Chi simulerà un attacco di panico o il mal di stomaco.
La scena si ripete quasi ogni giorno. Cinque pullman – di quelli che una classe normale può permettersi forse due volte l’anno per la gita scolastica – partono da Roma diretti a Castel Romano, praticamente Pomezia. E infatti quei piccoli farebbero prima ad andare lì, magari accompagnati come tutti gli altri dai genitori. Ma non si può. Il protocollo d’intesa siglato più di due anni fa, quando fu sgomberato il campo nomadi di Vicolo Savini e loro furono portati sulla Pontina, sancì che non si potevano sdradicare i bambini da Ponte Marconi. E così ora all’andata i bus viaggiano quasi vuoti, per prelevare i potenziali 250 passeggeri in età scolare ospiti del campo.
Al ritorno verso Roma è grasso che cola se ne salgono a bordo cinquanta, con punte di 80 nei giorni buoni e defezioni improvvise in quelli meno fortunati. Piccoli bosniaci, erzegovini, romeni salgono a bordo, lo sguardo affranto, le lacrime agli occhi di chi avrebbe preferito volentieri fare altro. I pullman arrivano all’ingresso del campo poco prima delle 8. Gli operatori dell’Arci accompagnano i bimbi durante il viaggio che può durare anche un’ora visto che i plessi scolastici da raggiungere sono 25, distribuiti tra Eur, Grottaperfetta e Ponte Marconi. Cosicché quando i piccoli passeggeri giungono in aula non di rado la campanella è già suonata da un po’.
E veniamo ai costi, sperando che qualcuno non pensi che sia un discorso troppo venale. E vediamo perché. L’Arci che si è aggiudicato l’appalto per la scolarizzazione garantisce il servizio per nove mesi: 400 mila euro l’anno. Il trasporto ovviamente è a parte. In assenza di numeri certi – gli appalti sono integrati e riguardano dunque anche altre linee, spiegano gli esperti – diciamo non meno di qualche centinaia di migliaia di euro, per difetto limitiamoci a 200 mila euro.
«Per noi non è stato facile – dice Sergio Giovagnoli, responsabile Arci – riportare questi bambini a scuola dopo lo sgombero di Vicolo Savini. Serve un lungo lavoro di coinvolgimento delle famiglie. E anche se siamo solo all’inizio dell’anno scolastico non possiamo lamentarci: i dati ci dicono che siamo intorno al 50% e sono sicuro che miglioreranno ancora».
A smentirlo ci pensa però Carlo Sismic, uno dei “capi” della comunità Rom: «Purtroppo – lui spiega – i bambini che salgono sugli autobus sono veramente pochi, ci sono giorni in cui non superano i 20 o i 30. La colpa è degli operatori che non fanno nulla per responsabilizzare i genitori cercando un rapporto con loro».
In realtà l’Arci, che ha una lunga esperienza nel campo della lotta alla dispersione scolastica, le ha provate tutte. Compreso il coinvolgimento diretto di alcuni immigrati regolarmente stipendiati. «Un bilancio potremo farlo solo più avanti – dice la dirigente scolastica del 100° circolo Maurizio Poggiali, di via Leonori – possiamo dire però che finché sono piccoli questi bambini vengono, specie alla Materna, poi man mano che crescono è molto più difficile».
Ed eccoci di ritorno a Castel Romano. Sono le 13,30, un’altra ora di viaggio e di assurdo pendolarismo. Nel campo ci vivono 1.060 persone. È sorto in tre giorni, quando, simulando nel settembre del 2005 un’esercitazione, la Protezione civile e il Comune di Roma riescono a trasferire fuori dal Gra uno degli insediamenti più antichi della Capitale.
È un blitz in piena regola. Il territorio comprende anche un parte della riserva naturale di Decima Malafede e ricade sotto la tutela dell’ente Roma Natura. Le popolazioni limitrofe vengono assicurate: è solo un passaggio transitorio, tranquilli, andranno via.
Macché. Oggi via di Monte Melara è la cittadella-Rom più grande d’Europa. Gli abitanti fiscalmente sono a reddito zero e per ironia della sorte vivono accanto ad un gigantesco outlet, un tempio del consumismo che intanto si è riempito di vigilantes. Nel frattempo sono successe altre cose. Una parte del terreno è stato acquistato dalla cooperativa sociale “Impegno per la Promozione”, la stessa che è stata chiamata dal Comune con affidamento diretto a gestire il villaggio. È una coop sorta ai tempi di don Luigi Di Liegro che si occupa di emarginati e impiega per il 30% personale “svantaggiato”, ex barboni, ex prostitute riportate sulla retta via. Il 29 novembre del 2005 il Comune stacca il primo assegno da 858.467 mila euro per l’assistenza, il presidio e la gestione del campo Rom; il 24 febbraio del 2006 ne stacca un altro di 1 milione 86.972; il 10 agosto uno da 446.778 mila euro e il 29 dicembre altri 648 mila euro.
Ma non è finita. Per realizzare il campo vengono impiantati 210 containers, che vuol dire altri 2 milioni circa di euro. Aggiungiamo che il Comune paga d’affitto per la stessa area 240 mila euro l’anno e che – salvo ripensamenti – si è impegnato ad acquistarla nonostante il parere contrario dell’Ente parco che vorrebbe recuperarla. La delibera che prevedeva un ulteriore esborso di circa 1 milione e mezzo di euro è stata bloccata quasi alla fine dell’iter. Corre invece l’elettricità. In mancanza di un allaccio per garantire luce e riscaldamento con i gruppi elettrogeni la bolletta del gasolio sfiora i 6 milioni (leggasi sei) di euro. Da qualche mese è in funzione una cabina dell’Acea ma manca l’acqua potabile (spesso anche quella non potabile) e dai pozzi esce sabbia. La pompa spesso si blocca, non ci sono le fogne (la fossa biologica è concepita per una capienza di 300 persone, quante ne aveva previste nelle varie delibere il V Dipartimento).
C’è da dire poi che fino a qualche mese fa la cooperativa sociale che gestiva il campo grazie ad una trentina di operatori reclutava il suo personale direttamente sul posto sborsando 360 mila euro l’anno. Metà andavano all’Associazione “Bosnia-Erzegovina”, un’altra metà alla cooperativa “Unirsi”. In cambio avrebbero dovuto assicurare i servizi di guardiania e l’igiene del campo. Scoppiano però casi di scabbia e di epatite e la pulizia lascia molto a desiderare. L’autogestione insomma fallisce, anche perché non si capisce bene neanche che strada prendano i soldi in mancanza di ricevute e di contributi pagati regolarmente. Qualcuno si chiede che tipo di integrazione si possa realizzare se i progetti di lavoro restano relegati all’interno del campo. Ed eccoci tornati all’inizio, alle 8 del mattino. Ai 5 pullman dell’Arci. C’è qualcuno che vuole salire?

5. Albert1 - novembre 15, 2007

Fabio: ti leggo con attenzione ed apprezzo la tua analisi.
Purtroppo tolleranza, accoglienza ed integrazione presuppongono buona fede, rettitudine e volontà da tutte e due le parti.
Qui non ce n’è, ne di qua ne di là.
Per ogni volontario ben intenzionato che si fa il mazzo per aiutare veramente il prossimo abbiamo da una parte uno che ci mangia, dall’altra uno che se ne approfitta.
Così non si va da nessuna parte.

6. Daniele - novembre 15, 2007

Grazie Roberto, ci hai illustrato come l’Italia butta i soldi dei contribuenti.

7. manuele - novembre 15, 2007

ma vi siete accorti come alcuni “rom” abbiano tratti tipicamente dell’europa occidentale ? questo significa che quelli sono in realtà, magari proprio italiani che furono rapiti da bambini e cresciuti e sfruttati dalla comunità rom, con il passare del tempo hanno dimenticato da dove realmente provengono.. inquietante..

8. Daniele - novembre 16, 2007

Ma scherzi Manuele? E’ una leggenda urbana questa dei rapimenti 🙂

9. Romina - novembre 16, 2007

Oddio Manuele, che osservazione inquietante! Non ci avevo pensato mai prima anche se a volte mi sono meravigliata dei tratti somatici di alcuni. E purtroppo non credo sia una leggenda. 😦

10. Romina - novembre 16, 2007

E’ di ieri la notizia che il Comune chiude LA PISTA CICLABILE (perchè pericolosa) invece di chiudere i campi nomadi. Oggi in seguito al coro di indignazione la PISTA E’ STATA RIAPERTA… d’improvviso E’ DI NUOVO SICURA! Avete parole per questo?

11. Albert1 - novembre 16, 2007

Avranno protestato i nomadi perchè non potevano più passare con le bici…

12. degradodiroma - novembre 16, 2007

Albert1 forse volevi dire quei mezzi a due ruote, ex-bici, nel cui retro è agganciato alla meno peggio un ex-carrello della spesa contenente a sua volta un bastone con gancio annesso per tirare fuori dai cassonetti mondezza e/o abiti usati ..
Laura


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